Questo inverno fino ad ora molto mite, piovoso ed avaro di nevicate a bassa quota ha se non altro fornito l’occasione di “testare” il comportamento della Valle di Non in presenza di forti ed umide correnti da sudovest.
Sapevamo già che la valle poteva offrire delle ottime performance in termini di neve con tali correnti ma personalmente non credevo che con le temperature previste si potesse davvero creare quell’omotermia necessaria alla caduta di neve fino al fondovalle. Ed invece è successo che per ben due volte, ovvero in occasione del passaggio delle perturbazioni di Natale-S.Stefano e del 5 gennaio, la pioggia iniziale sia stata più o meno rapidamente sostituita dalla neve nonostante la completa assenza di cuscini freddi o irruzioni di aria fredda concomitanti alle precipitazioni.

I motivi che hanno determinato un calo così eclatante della quota neve ruotano tutti attorno al famigerato fenomeno del raffreddamento atmosferico dovuto alla fusione della neve: in tutti e due i casi considerati, il calore latente necessario alla fusione della neve è stato cioè assorbito dal processo di fusione stesso, in maniera proporzionale all’intensità della precipitazione e quindi al volume della massa di ghiaccio in discesa al di sotto del limite dello zero termico.
La formula che esprime la quantità di calore latente assorbito dal processo di fusione è:

AQ=Lƒ Al Rm

in cui Lƒ è il calore latente di fusione a 0°C, Al la densità dell’acqua liquida, e Rm la quantità della precipitazione liquida-equivalente espressa in metri. Dalla formula risulta chiaro come la quantità di calore latente assorbito e quindi il conseguente raffreddamento dell’atmosfera, sono direttamente proporzionali alla quantità di acqua che precipita in atmosfera (intensità delle precipitazioni), indicata con il termine Rm.

Benissimo. Questa spiegazione deve però essere integrata attraverso un approfondimento delle caratteristiche orografiche della valle, altrimenti non si capisce quale sia il motivo per cui lo stesso fenomeno non ha determinato nevicate anche in altre valli trentine come la Valsugana o in Valle dell’Adige, dove nonostante copiosissime precipitazioni, il limite della neve è stato quasi sempre superiore ai 1200 mt.
Perché, dunque, in Val di Non il meccanismo di raffreddamento da fusione risulta particolarmente efficace?
Nel chiederci questo, richiamiamo brevemente i fattori che agevolano il calo del limite delle nevicate provocato dal raffreddamento da fusione nel caso di fenomeni intensi:

- Caratteristiche morfologiche della valle che incidono sul volume d’aria in essa presente: in soldoni, più la valle è stretta e alta e meno quantità di aria deve essere raffreddata attraverso il processo descritto. In questo caso il passaggio da pioggia a neve in caso di precipitazioni forti e isoterme al limite è decisamente più probabile.

- Scarso rimescolamento nei bassi strati: più la valle è chiusa, più l’aria è “stagnante” e il raffreddamento da fusione efficace, insistendo sulla medesima colonna d’aria già in via di raffreddamento; viceversa, in presenza di rimescolamento allo strato limite, la massa d’aria che subisce il processo di raffreddamento è continuamente sostituita da nuovi apporti più miti ( è come se ci fosse una dispersione del lavoro: il meccanismo cioè “gira a vuoto” poiché il calore viene sottratto a masse d’aria ogni volta diverse e quindi il calo termico risulta molto meno incisivo se consideriamo la temperatura dell’aria dell’intera colonna)

In generale, quindi, il processo di raffreddamento da fusione lungo l’intera colonna d’aria si verifica secondo la regola generale rapportata all’intensità della precipitazione (rapporto di proporzione diretta) solo nel caso in cui la precipitazione stessa non sia accompagnata da forte rimescolanza nei bassi strati. In pratica, nei casi di intenso flusso nei bassi strati, la formazione dello strato di omotermia al di sotto dello zero termico risulta inibita a causa del forte rimescolamento, che continua ad apportare masse d’aria più calda, non permettendo un consistente raffreddamento per sottrazione del calore latente; tale fenomenologia è particolarmente evidente sui primi contrafforti di una catena montuosa direttamente interessata da correnti d’aria umida in grado di produrre precipitazioni da stau in caso di intenso flusso: in questo frangente, il raffreddamento da fusione si manifesta in maniera poco significativa poiché le masse che subiscono il processo di raffreddamento sono come detto continuamente sostituite da masse d’aria costantemente più mite. Una situazione che con le dovute proporzioni si verifica anche nei pressi di Molveno, dove in presenza di forti correnti di libeccio spesso la pioggia sostituisce la neve nonostante la zona sia interessata da abbondanti precipitazioni: l’apertura a sud e la mancanza di ostacoli orografici crea le condizioni per un forte rimescolamento dell’aria che impedisce un raffreddamento da fusione efficace.
Curiosamente, nel bel mezzo del peggioramento, ovvero in concomitanza con le correnti più forti, anche ad Andalo la neve si è trasformata in pioggia, verosimilmente a causa di sbuffi più miti provenienti proprio dalla zona di Molveno.
In Val di Non invece l’omotermia non ha mai ceduto, se non in tarda serata, quando i fenomeni si sono fatti molto deboli o assenti.
Come spesso accade poi, il rimescolamento indotto dalle turbolenze innescate dal fronte freddo in entrata, hanno determinato l’erosione totale dello strato isotermico: paradossalmente, nonostante il calo termico in atto in quota, le precipitazioni all’ingresso del fronte freddo si sono trasformate quasi ovunque in pioggia sul fondovalle noneso.
In conclusione, dei due fattori orografici che incidono sull’efficacia del raffreddamento da fusione, credo che quello prevalente in Val di Non sia la scarsissima rimescolanza della massa d’aria nei bassi strati in presenza di forte flusso in quota da sudovest e abbondanti precipitazioni: d’altra parte la vallata è anche piuttosto ampia e il volume d’aria che essa può contenere è notevole. Tale volume d’aria però rimane “intrappolato” nella valle, forse anche grazie alla sua forma ad imbuto che inibisce gli scambi d’aria “in entrata” con la vicina Valle dell’Adige. Molto spesso accade che in zona Rocchetta il vento spinga in direzione Mezzolombardo, non ho mai registrato un flusso contrario. Ciò è probabilmente determinato dal fatto che la differenza termica fra la bassa valle e la piana rotaliana da origine ad una differenza di pressione che sospinge i flussi di aria verso la piana rotaliana stessa, dove è presente una bassa pressione relativa. Peraltro, gli effetti di questo meccanismo di “scarico” di aria sono ben evidenziati da questa fotografia scattata subito dopo il peggioramento della Befana:

L’innevamento, procedendo dalla val di Non verso la piana, è presente praticamente solo in basso, nella zona della Rocchetta; ciò fa ipotizzare che la neve sia stata trasportata in loco dalle correnti fredde nei bassi strati costantemente provenienti dalla Val di Non, correnti che hanno avuto poi il merito indiretto di impedire all’aria mite presente in valle dell’Adige eventuali incursioni in terra nonesa. Più in alto regnavano le miti correnti da sud e quindi ecco giustificata la pioggia in zona Fai della Paganella, nei cui pressi è stata scattata la foto.
Nei bassi strati della colonna d’aria nonesa quindi, “calma piatta”: l’unica massa d’aria che penetra in valle nei peggioramenti da SW è quella proveniente dalla zona di Andalo, aria che però non crea interferenze nei bassi strati ma alimenta forti precipitazioni dovute al fenomeno dello spillover che sfrutta appunto il trampolino orografico presente a sud della valle. Un ulteriore elemento da tenere in considerazione per una analisi microclimatica completa potrebbe essere quello relativo ad un certo raffreddamento adiabatico della massa d’aria che è costretta forzatamente ad alzarsi in zona Molveno-Andalo, aria che poi riversa il carico di umidità proprio in valle.

 

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